Storia di un refuso

C’era una volta un refuso, forse due facciamo tre

Ho 33 anni, sono donna e la mia vita lavorativa è iniziata ufficialmente il giorno del mio venticinquesimo compleanno. Attualmente godo di buona salute e, qualcosa come due anni fa, ho scoperto di essere un content creator. 

Cos’è un content creator? Uno che crea contenuti (visuali, testuali e/o audio) online e offline e riceve benefici economici. Cosa sono io? Un generatore automatico di refusi e di senso di colpa.

Sottile ma incredibile differenza.

Perché dico questo? Nel corso degli anni, che io lavorassi in azienda, in agenzia o come freelance, ho combattuto alacremente contro la mia capacità di inserire refusi nei testi realizzati e se è successo qualche volta di non averlo fatto, beh non me ne sono accorta.

Provo un morbido disprezzo per me stessa quando, dopo instancabili letture nella mente, ad alta voce, cambi di font e sillabazioni, con qualche ora di distacco dal testo lo vedo, lì nascosto come un topo a settembre che cerca di fare la tana nelle case di campagna. Spunta con la cresta del gallo cedrone e mi fissa e dice: “te l’ho fatta, di nuovo, ho vinto io e tu hai perso, non ci sono giustificazioni”.

In questa situazione la disperazione si impossessa di me, le gambe tremano e mi dico, ma come è possibile? Da dove sei spuntato?

Mi autodefinisco un incapace e mi rintano in me stessa ad espiare colpe che solo io conosco. 

Cos’è un refuso?

È molto probabile che una delle cause per cui io non riesca, quasi mai, a scampare ad un refuso sia la mia mancanza, o riluttanza, verso la conoscenza del refuso. Intendo una conoscenza intima e profonda. Per cui oggi, annuncio la mia battaglia silenziosa contro il refuso e parto dall’inizio:

Refuso

/re·fù·ṣo/

sostantivo maschile;

Errore di stampa dovuto a uno scambio o a uno spostamento di caratteri; estens., errore tipografico

Origine: dal lat. refusum, neutro sost. del p. pass. di refundĕre ‘riversare’ • sec. XVIII

Errore di stampa, ecco il mio alibi! Si tratta di un errore di stampa, non un mio consapevole errore o una mia mancanza. Tuttavia questo non mi giustifica. 

È evidente però che se io scrivessi su un foglio, impugnando una penna, danzando con l’inchiostro, formerei linee sinuose con lettere inclinate, in un corsivo accurato, studiato in anni e anni di appunti: la mia calligrafia. 

Combattere il refuso si può! Questo è quello che mi dico, perché con quella penna in mano e l’inchiostro gel, su quel foglio a righe io non commetto errori e posso addirittura decidere di cambiare gli accenti in virtù di uno stile. 

Quindi il refuso si combatte umanamente? Direi di si, almeno mi auguro che si possa fare. Nel mio lavoro un refuso è una vergogna e ho subito diverse umiliazioni per questo, eppure sento che un refuso, o cento refusi non mi hanno mai determinata come professionista. 

Invece mi piace pensare che un refuso sia un microscopico errore umano che mi determina come persona, mette un accento su una pulsazione momentanea su una distrazione di un secondo: cosa ha colpito la mia mente quando ho scritto male invece di mare? E soprattutto, come è riuscito il mio cervello a non intercettare quell’errore?

Anche questo è un alibi, sicuramente, ma la storia dei miei refusi mi ha insegnato ad amarmi e amarli e chissà, magari domani riuscirò a scrivere un intero libro composto da refusi.

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