Perché Sanremo è Sanremo

Il 71° Festival della canzone italiana

Stamattina, a pochi minuti dalle 3 si è conclusa la settantunesima edizione della gara canora italiana, Sanremo.

Il gruppo pop-rock Maneskin ha alzato il leone d’oro ligure con l’emozione delle prime volte e lo stupore innocente di chi non ci credeva.

Non erano i miei preferiti, ma sono contenta che il rock abbia avuto la sua rivincita.

Da sempre il Festival mi appassiona, non solo da amante della musica in generale, ma anche da professionista, infatti mi permette di leggere visioni e contraddizioni del mio Paese. Si tratta di un’analisi che ritengo fondamentale, me la porto dietro dagli anni dell’università, quando il mio professore di storia dell’arte contemporanea mi aiutò a definire la società anche attraverso questa realtà televisiva.

Quest’anno ovviamente, molto più di altri anni, ho cercato di vedere come, musica, parole e atteggiamenti di cantanti e pubblico in smart working, hanno interagito con la situazione Covid.

Un Festival per capire il Paese

Molte riflessioni scaturite dalla kermesse canora sono utili per il lavoro che svolgo, dalle tecniche di influencer marketing alle più semplici connessioni tra prodotto, percezione e cognizione.

La mascherina a Sanremo

La prima riflessione è nata già nei minuti iniziali del Festival: il volo d’angelo della telecamera sull’orchestra in mascherina.

Non possono non ammettere che quella scena mi abbia immediatamente impressionata. 

Da un anno portiamo tutti la mascherina, non usciamo di casa senza quella di ricambio, eppure quell’immagine mi ha fatto impallidire. Era già chiaro che non sarebbe stato un Festival come gli altri, ma vedere è stato profondamente diverso.

Sebbene scontata, è stata una bella presa di posizione per il Festival, molto dura da gestire in un mondo come quello dei live, fatto di fisicità, condivisione tattile e molte altre cose estremamente incompatibili con la prevenzione al contagio.

La musica e il pubblico in era Covid

Come si può immaginare, dal televisore l’assenza del pubblico in platea non è stata così lampante, fatta eccezione per le innumerevoli battute di Fiorello a riguardo.

Poi, forse a metà della seconda puntata, ho percepito quell’assenza. L’ho ritrovata in alcuni leoni da palco, Francesco Renga, Willy il Peyote, Davide Toffolo e altri artisti, nati dai club e che hanno nella genesi del loro successo, le parterre piene di fans sfegatati.

In questa edizione del Festival mi è mancato vedere l’artista gasato a mille (Aiello escluso). Si tratta di un momento preciso, un intercapedine microscopico di emozioni in cui si trova l’empatia del cantante con l’ascoltatore. Una piccola magia che se non avviene, si perde tutto.

Fiorello stesso è spesso risultato noioso o prolisso a volte, anche un tantino confuso, senza la sua personale cartina di tornasole: il pubblico.

Questa emotività novecentesca è stata del tutto assente in showgirl e showman più giovani, nati dai talent e che sono stati in grado di fare l’amore con la telecamera senza batter ciglio.

Michelin, Gaia e Co., sono risultati sicuramente più idonei a uno show completamente televisivo, rispetto ai veterani dei club.

Questo mi intristisce se penso che l’evoluzione nei prossimi decenni potrà essere la vittoria dello streaming contro i live, nel caso fosse così spero di essere morta nel frattempo.

Influencer Marketing: non è colpa di Chiara

L’ultimo aspetto ovviamente è quello che dalle 2.00 fino alle 3.00 del mattino ha animato fortemente il popolo di Twitter. La canzone interpretata dal duo Michelin-Fedez dalla posizione 17 di inizio serata è arrivata magicamente sul podio.

Una impennata pazzesca firmata Chiara Ferragni. Cosa si vuole dire? Nulla. Per quanto io nelle mie strategie di digital marketing eviti di inserire la voce influencer, questa per me è esattamente l’eccezione che conferma la regola.

La Ferragni con sole sei storie Instagram, dall’alto dei suoi 22 milioni di follower, ha portato in “poche” ore la canzone del marito a scalare 13 posizioni. Poteva farlo? Si. È stato etico farlo? Non so, direi di no a un’analisi veloce.

Però questa mia riflessione non vuole macchiare le azioni di influencer marketing come negative a prescindere, ma ritengo che, fino a quando non esisterà una policy adeguata del web che permetta l’interazione con la vita offline senza cortocircuito, allora io preferisco non operare in questo modo. Ma evidentemente io non sono Chiara Ferragni e non me lo sogno neanche, per cui per il momento ha ragione lei, ma sarebbe interessante approfondire questo aspetto è aprirlo a un campo vasto, la politica per esempio. 

Non mi dilungherò sulle performance di Achille Lauro, né sulla maestosa bravura della over 80 Ornella Vanoni che ha completamente ribaltato la retorica dei vecchi in questo triste anno Covid. Queste sono dinamiche che forse mi colpiranno nei prossimi anni quando, per dirla con le parole di Fiorello “vi auguro di avere la platea piena piena piena di pubblico”. Oggi riguardo nella mia mente gli stralci di un Festival diverso e penso che ancora una volta avevamo una possibilità e l’abbiamo sprecata.

Poteva essere il Sanremo della speranza che saremmo tornati in teatro, separati, in mascherina, tamponati o vaccinati, ma almeno per non rivedere Renga che “gli scende” nel pieno del ritornello.

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